Skip to main content

Registi di frontiera: Matteo Garrone

I due articoli che seguono saranno pubblicati nel n.30 della rivista specializzata Carte di Cinema.

Terra di mezzo

Regia: Matteo Garrone; sceneggiatura: Matteo Garrone; fotografia: Marco Onorato; montaggio: Marco Spoletini; suono: Fabio santesarti; costumi: Cridstina Da Rold; interpreti: Pascal, Barbara, Tina, Euglen, Gertian, Ahemed Mahgoub, Mario Colasanti, Paolo Sassanelli, Guglielmo Ferraiola, Salvatore Sansone; musica: brani musicali di Zap Mama e Silvana Licursi scelti da Dodi Moscati; produzione: Matteo Garrone per Archimede Film; distribuzione: Tandem; origine: Italia, anno: 1996; durata: 66 minuti.

 Sinossi: Il film è costituito da 3 episodi dedicati a figure di immigrati sullo sfondo delle strade romane. SILHOUETTE: il lavoro di alcune prostitute nigeriane alle prese con una clientela eterogenea. EUGLEN & GERTIAN: il reclutamento alla giornata di giovani manovali albanesi senza permesso di soggiorno. SELF SERVICE: una nottata in compagnia dell’egiziano Ahmed, benzinaio abusivo da anni residente in Italia.

 

“Terra di mezzo” è il primo film di Matteo Garrone e in un certo senso costituisce il manifesto poetico del regista. Film di personaggi marginali, le cui storie sono appena abbozzate dall'andamento narrativo nomadico e inquieto del suo autore, sullo sfondo di una Roma mai vista sullo schermo. Una Roma assolata e apparentemente senza un centro geografico e/o visuale a fungere da catalizzatore della visione dello spettatore, una Roma meticcia dove la multietnicità avviene dal basso e quotidianamente senza proclami di bontà o roboanti dichiarazioni di guerra al diverso. In tal senso non c'è nessun cineasta italiano più lontano dal linguaggio televisivo e dal mondo manipolato e manipolatorio dei media di Garrone. Il suo cinema è letteralmente “fuori campo” rispetto al quadro immobile e sempre uguale dello schermo televisivo. Garrone, proprio a partire dai tre episodi di cui è costituito il film, insegue una sua idea di cinema che ha poco a che fare con il “racconto della realtà” sia nel senso documentaristico del termine che in quello della presunta “oggettività” delle televisione. Il suo è un tentativo di “interpretazione” della realtà che mantiene i suoi connotati fenomenologici, ma che si proietta nella ricerca di una “poesia” del quotidiano molto vicina ad una qualche forma di teatralità. “Il film è composto da microsituazioni, piccole schegge, “teatri di vita” come spesso li chiamo, in cui si fondono finzione e realtà.” - afferma il regista - “E’ un modulo fisso che si ripete con delle variazioni su un unico tema, quello della contrattazione e del lavoro nero. Ogni episodio ha un suo colore: vitale, forte, persino allegro il primo, malinconico il secondo, angoscioso e cupo il terzo, dove la violenza di tutto il film diventa palpabile e in certi momenti esplode”. Il tema trasversale dei tre episodi è quello dell'immigrazione, trattato senza alcuna retorica, ma cercando di cogliere, da attento “scultore” della materia umana, la sua essenzialità etica ed estetica, ottenuta per sottrazione di pre-giudizi e di pre-concetti, qualsiasi essi siano, attraverso personaggi che non sono tali ma semplicemente mettono in scena sé stessi e le loro vite difficili, raccontandosi con le parole della loro vita reale. In tal modo italiani ed immigrati si rispecchiano l'uno nell'altro, e ritrovano nella materialità, anche brutale, del loro quotidiano, un canale prezioso di comunicazione. “Il malessere, la  tensione sociale di queste immagini sono già abbastanza evidenti.” - continua Garrone - “Per questa ragione non ho voluto sottolinearle, ho lasciato che fossero i protagonisti “veri” a parlare, a inventare dialoghi, lasciandoli liberi di improvvisare. Su questi volti segnati, si riflettono gli italiani, come l’altro lato di uno specchio. Il contrasto è violento e le facce dicono tutto. Sono le facce che caratterizzano questo film”. In questo modo il regista realizza, “attraversando” i volti ed i gesti apparentemente banali dei suoi protagonisti, siano essi le prostitute nigeriane ed i loro tristi clienti italiani, i giovani manovali albanesi e la squallida borghesia romana che li sfrutta, il benzinaio abusivo egiziano ed i suoi sconosciuti avventori italiani, ma anche i luoghi anonimi e periferici in cui si svolgono le loro piccole vite, una sorta di reportage poetico su questa varia umanità alla deriva di una città che voleva essere “eterna”, ma che scopre improvvisamente di essere fragile sul piano identitario e di non avere più una meta da raggiungere. Prigioniera, come i suoi “spaesati” abitanti, di una dimensione temporale che si vuole, questa si, eterna, immutabile ed impermeabile alla speranza o a qualsiasi strategia di cambiamento individuale e collettivo. 

Ospiti

Regia: Matteo Garrone; soggetto: Matteo Garrone; sceneggiatura: Matteo Garrone, Attilio Caselli;  montaggio: Marco Spoletini; scenografie: Matteo Garrone; costumi: Matteo Garrone; musiche: Banda Osiris; interpreti: Corrado Sassi, Pasqualino Mura, Julian Sota, Llazar Sota, Maria Ramires, Paola Rota, Paolo Sassanelli, Alex Martayan, Alessandro Busiri Vici, Massimiliano Cambarau, Laura Denoyer, Gianni Di Gregorio; produzione: Matteo Garrone, per Archimede Produzione; distribuzione: Pablo – Fandango; origine: Italia; anno: 1998; durata: 78 minuti.

 

Sinossi: Roma, estate, quartiere Parioli. Gherti (Julian Sota) e Gheni (Llazar Sota), due giovani cugini albanesi, lavorano in un ristorante rispettivamente come cameriere e lavapiatti. Un giorno si presenta al ristorante un certo Corrado (Corrado Sassi), fotografo balbuziente intenzionato a fare una mostra nel locale. Il proprietario del ristorante si dice disposto a farla dopo l'estate, ma nel frattempo gli domanda se conosce qualcuno disposto ad affittare una stanza ai due giovani albanesi. Il ragazzo si offre di ospitarli provvisoriamente a casa sua e col passare dei giorni fa amicizia con Gheni, mentre Gherti diventa amico di Salvatore (Pasqualino Mura), ex portiere del palazzo di Corrado con moglie psicolabile a carico.

 

Il secondo film di Garrone si presenta in qualche modo come la prosecuzione del primo, anzi, di una parte del primo, e precisamente dell'episodio sui due giovani albanesi. In “Ospiti” li ritroviamo come cameriere e lavapiatti di un ristorante italiano. In qualche modo, i due cugini Gherti e Gheni, sono riusciti a trovare una loro piccola e fragile possibilità di integrazione nel “territorio” italiano. Ma non hanno smesso di attraversare la vita e i luoghi della loro esistenza italiana con lo sguardo attento del viaggiatore, o, meglio, del “viandante”, il viaggiatore dell'anima che, come nella lunga passeggiata pomeridiana in bicicletta di Gheni, percorre con lentezza di sguardo il paesaggio esterno, allo stesso modo in cui lo fa al suo interno, nella propria anima. E' ovvio che sia Gheni che Gherti sono emigrati per ragioni economiche, ma è altrettanto vero che non è solo questo il motivo del loro viaggio. Lo leggiamo nei loro occhi tristi, ma perennemente mobili su ciò che hanno intorno. Infatti ognuno di loro in qualche modo percorre una propria strada di conoscenza, attraverso l'amicizia con Corrado, timido e fragile fotografo romano (Gheni), e nel rapporto silenzioso, ma pieno di echi storici e sociali, con l'anziano Salvatore (Gherti), ex portiere del palazzo in cui abita Corrado, anch'esso emigrato dalla Calabria in un'altra epoca di migrazioni. Ritorna poi anche in “Ospiti” un altro elemento importante di “Terra di mezzo”, e cioè la Roma assolata e periferica, deserta di presenze umane significative e di sentimenti da ricordare. La Roma che i protagonisti del film attraversano chi perdendosi in sogni e situazioni effimere senza passato né futuro (Gheni e Corrado), rinchiudendosi in un presente vagamente autistico e senza sbocchi reali, chi vivendo emotivamente in un passato forse un tempo sereno, ma che ora mantiene solo i colori di una malinconia pervasa dai segni di morte, dalla sensazione della finitezza della vita, dalla paura della caduta di sé e della possibile scomparsa degli altri (la moglie psicolabile di Salvatore). Senza nemmeno la promessa di un futuro migliore, di un secondo tempo in cui poter recuperare quello che si è perso nel primo. E' questo lo sguardo con cui incrociano i propri destini Gherti e Salvatore, quando vagano per Roma alla ricerca della moglie dell'anziano signore, scomparsa improvvisamente. Il tutto condito dallo stile documentaristico con cui è girato il film, da una narrazione che pare svolgersi in contemporanea allo sviluppo del film, da un regista che cerca sempre di “acchiappare la realtà” non per rinchiuderla sullo schermo del cinema o della televisione ma per moltiplicarne gli echi e le suggestioni emotive, per allargarne gli spazi di conoscenza. Anche Garrone si muove a proprio agio in un cinema umanistico che deve molto a Rossellini ed al suo desiderio di ripartire dall'uomo, “ovvero da sé stessi a contatto con gli altri” e con il proprio ambiente di vita. 

 

 

Marcello Cella

 

Altre Immagini: