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Dossier Jim Jarmusch per la rivista Carte di Cinema

  I seguenti contributi saranno pubblicati nel prossimo numero (n.29) della rivista specializzata "Carte di Cinema" che dedica un corposo dossier sul regista americano Jim Jarmusch.

Stranger than Paradise

Titolo originale: Stranger Than Paradise;  regia: Jim Jarmusch; soggetto: Jim Jarmusch; sceneggiatura: Jim Jarmusch; produttore: Sara Driver; fotografia: Tom DiCillo; montaggio: Jim Jarmusch, Melody London; musiche: John Lurie; interpreti e personaggi: John Lurie (Willie), Richard Edson (Eddie), Eszter Balint (Eva); durata: 89 min; origine: Stati Uniti; anno: 1984; premi: Caméra d'or al Festival di Cannes 1984. 

Il film è diviso in tre parti. La prima parte, intitolata "The New World" (Il nuovo mondo), ha luogo a New York e racconta la storia di un hipster, Willie, di origine ungherese (infatti il suo vero nome sarebbe Bela) che riceve la visita inaspettata di una sua cugina, Eva, proveniente appunto dall'Ungheria. Dopo dieci giorni la ragazza parte per andare a stare a Cleveland da una zia. Nel secondo atto, "One Year Later" (Un anno dopo), Willie decide con l'amico Eddie di partire a sua volta per Cleveland dove i due trascorrono una breve vacanza dalla cugina. La terza parte, "Paradise" (Paradiso), è incentrata sul viaggio che i tre ragazzi decidono di intraprendere verso la Florida, dove le loro strade, a causa di un equivoco grottesco, si separano. Willie/Bela tornerà per sbaglio in Ungheria con l'aereo in cui crede ci sia anche la cugina, che invece all'ultimo momento decide di rimanere in America e torna all'hotel dove pensa ci siano ancora i due amici. Mentre Eddie, persi entrambi gli amici, si avvia mestamente solo in automobile verso New York.

 

Se Allie, il protagonista del precedente film di Jarmusch, “Permanent Vacation”, si autodefiniva “un turista eternamente in vacanza”, assumendo la sua condizione di sradicamento come una sorta di manifesto esistenziale, i protagonisti di “Stranger than Paradise” vivono invece il loro vagare apparentemente senza scopo in luoghi grigi e abbandonati come un incubo da cui non riescono ad uscire. “E' incredibile come ogni posto sia uguale agli altri”, dice Eddie a Willie quando si trovano a Cleveland dalla cugina e la loro speranza di vedere paesaggi diversi da quelli claustrofobici di New York si scontra irreversibilmente con l'uniformità degli scenari postindustriali che attraversano senza una vera finalità. Infatti la loro perenne situazione esistenziale di “vacanza” non viene intaccata dal mutare dei paesaggi urbani e il loro movimento che voleva essere liberatorio si rivela un “falso” movimento che li ricaccia nel grigiore e nella marginalità della loro vuota vita quotidiana. “Willie e Eddie sono personaggi senza un progetto chiaro, che vivono di istanti, delle loro necessità immediate” (Umberto Mosca, “Jim Jarmusch”, Il Castoro Cinema, 2006), ma non hanno coscienza del loro percorso. Anzi, almeno per quanto riguarda Willie, per la cugina Ezter e anche per la zia, in quanto immigrati dall'Ungheria, essi cercano di dare una giustificazione materiale al loro sradicamento, all'esilio, alla loro alienazione culturale che gli ha fatto perdere le radici, ma le ha sostituite solo con il bagliore fatuo della televisione o con la “modernità” del tv dinner. Troppo poco per creare una motivazione di vita, un'ansia di emozioni nei personaggi. Perfino per Eddie, che pure è americano, figurina triste e inadeguata che attraversa la scena come l'ombra senza spessore di un'umanità un tempo animata da un sogno, ormai dimenticato, di progresso e di riscatto sociale. E' un film angosciante e per niente accomodante “Stranger than Paradise”, forse il film più politico di Jarmusch, un film dove i dialoghi rarefatti e stanchi, l'incomunicabilità dei personaggi, la struttura circolare di un road movie che non pare portare da nessuna parte i personaggi in viaggio, l'anonimato senza storia dei paesaggi urbani, spesso più simili a discariche di rifiuti che a luoghi abitabili, la stessa estraneità dei personaggi ad una qualsiasi dimensione lavorativa, “produttiva” (l'unico dialogo che ne fa riferimento, quello con l'operaio che aspetta l'autobus per andare in fabbrica, è un esempio di radicale incomunicabilità di rara forza espressiva fra due mondi che si ignorano e non sanno nulla l'uno dell'altro), la loro atemporalità turistica senza veri luoghi da vedere e vivere delinea fra le righe l'immagine di un'America che ha perso qualsiasi possibilità di realizzare il sogno che ne ha costituito radici e costruito fortune nei confronti di altri popoli e Paesi. E in fondo il finale grottesco che conduce alla separazione delle strade esistenziali dei personaggi ne costituisce l'apoteosi, in una Florida che, allo stesso modo di New York e Cleveland, appare grigia, desolata, fredda e disabitata. Le loro vite continuano a girare a vuoto alla ricerca di qualcosa che non  conoscono e non riescono nemmeno a nominare, con l'unica eccezione di Willie/Bela, il personaggio apparentemente più cosciente e convinto della propria scelta “americana” e della negazione delle proprie radici ungheresi, che per un curioso gioco del destino finisce su un aereo diretto in Ungheria. Dove forse avrà modo di capire che cosa è davvero diventata l'America in bianco e nero “underground” filmata da Jarmusch, un luogo che ha ucciso la poesia beat, i suoi colori, le sue emozioni, la sua bella umanità in viaggio alla ricerca della libertà e di un rapporto vero con le persone e con il mondo, popolato solo da fantasmi impauriti dalla propria solitudine e dal proprio cieco e vuoto consumismo. L'America, come vorrebbe che fosse Ezter, non ha più niente a che fare con l'immagine, i paesaggi, lo sguardo, la vita reale, può essere solo ricordata, custodita dentro la propria anima, evocata dai suoni, dalla canzone sgangherata di Screamin Jay Hawkins come una cosa del passato. Che ora non esiste più.

 

 

Marcello Cella

 

Daunbailò

Titolo originale: Down by Law; regia: Jim Jarmusch; soggetto: Jim Jarmusch; sceneggiatura: Jim Jarmusch; fotografia: Robby Müller; montaggio: Melody London; musiche: John Lurie; scenografia: Janet Densmore; costumi: Carol Wood; trucco: Donita Miller; interpreti e personaggi: Tom Waits (Zack), John Lurie (Jack), Roberto Benigni (Roberto), Nicoletta Braschi (Nicoletta), Ellen Barkin (Laurette); produttore: Alan Kleinberg; produttore esecutivo: Cary Brokaw, Otto Grokenberger, Russell Schwartz; produzione: Black Snake, Grokenberger Film Produktion, Island Pictures; origine: USA/Germania; anno: 1986; durata: 107 min. 

 

Roberto, uno sprovveduto turista italiano in America, a causa di un omicidio involontario, si ritrova in carcere a condividere la cella con due delinquenti, Zack, un disc jockey-truffatore e Jack, uno sfruttatore di prostitute. Dopo l'iniziale diffidenza, riesce a conquistare la loro fiducia ed insieme riescono a scappare. I tre si perdono in un territorio paludoso, litigano per la fame e perchè hanno idee radicalmente diverse sul da farsi, si separano, si riuniscono ed infine giungono ad una casa sperduta nella foresta. L'italiano si innamora della proprietaria e decide di rimanere a vivere con lei. Gli altri due ripartono dopo una notte di riposo e al primo bivio che incontrano lungo la strada si separano nuovamente.

 

“Daunbailò” sembra essere un'evoluzione della riflessione sull'America avviata da “Stranger than Paradise”. Le stesse strade deserte, sporche, battute dal vento, gli stessi sobborghi periferici, squallidi, senza storia e senza futuro, la stessa presenza della morte (il film si apre fin dall'inizio con un'inquadratura su un cimitero e su un carro funebre) sembrano riprendere il tema dei paesaggi urbani del film precedente. Ma questa volta Jarmusch abbandona le grandi metropoli e si sposta in un ambiente rurale, ancora più periferico, quello che spesso viene delineato come l'America profonda, il Paese più vero proprio perchè più lontano dalle luci dei media, quello dove il sogno americano sembra ancora presente. Scoprendo che non è un Paese diverso da quello dei film dei cineasti americani indipendenti della fine anni Sessanta-inizio anni Settanta, dei Bogdanovich o dei Cassavetes. Sembra solo un'America più disorientata, priva di riferimenti ideali, socialmente fredda e indifferente più che cattiva, o forse più cattiva proprio perchè più indifferente e fredda, che perseguita i “diversi”, i “non omologati” nello stesso modo feroce in cui lo faceva in “Easy Rider”. Solo che qui non ci sono più vie di fuga, la promessa dell'altra faccia del sogno americano, quella che comunque prometteva l'autorealizzazione e la libertà a tutti, soprattutto agli “stranieri”. La legge ferocemente classista è la stessa di qualche decennio prima, ma viene applicata con burocratica indifferenza e grigio conformismo dagli apparati del potere, cui non c'è più nessuno, neanche una cultura “alternativa”, che vi si contrappone. L'America è diventata un deserto, di passioni, sentimenti, suoni, paesaggi e sguardi. Oppure una prigione. Come quella in cui incrociano i loro destini i tre delinquenti sgarrupati Jack, Zack e Bob, il maldestro Roberto Benigni. La solitudine e l'emarginazione di Jack e Zack è la stessa che essi vivono nelle loro vite vuote e periferiche fuori dal carcere cui sono darwinianamente destinati. La variabile impazzita è però quella costituita da Bob, lo strano italiano così diverso dagli americani, fin dal suo modo di esprimersi. E di sognare. Infatti è proprio lui a rompere il grigiore lugubre della cella in cui  scontano la loro pena gli altri due disegnando una finestra sul muro. E poi a permettergli, significativamente, di fuggire nella palude recuperando, anche in questo caso in modo fortemente simbolico, una sorta di condizione esistenziale primigenia, preindustriale, quasi preistorica, qausi come quella delineata dal poeta Walt Whitman, non a caso citato da Benigni in alcuni dialoghi. E con essa ritrovare la magia di un nuovo rapporto con la natura e con sé stessi, la poesia dell'esistenza quotidiana in cui, come sanno bene i bambini (e il personaggio di Benigni è una sorta di fanciullo-Pinocchio), esistono ancora le fate e nella foresta ci si perde, ma si può anche ritrovare la propria strada interiore ed esistenziale. “Sembra un alieno”, dice ad un certo punto Zack a Jack, riferendosi a Bob. Ed è esattamente così. Bob è una specie di alieno buono, un E.T. incarnatosi e fattosi uomo, l'unico in grado di rimettere insieme in una specie di racconto affabulatorio i frammenti visivi, sonori e narrativi di cui è fatto il film di Jarmusch, l'unico ancora capace di amare, di stupirsi di fronte al mondo come un bambino, di giocare con la vita come una filastrocca ( «I scream, you scream, we all scream for ice cream») e di esclamare al primo venuto “è proprio un mondo strano e meraviglioso!”.

Marcello Cella

Mistery Train

Titolo originale: Mystery Train; regia: Jim Jarmusch; soggetto: Jim Jarmusch; sceneggiatura: Jim Jarmusch; interpreti e personaggi: Masatoshi Nagase (Jun), Youki Kudoh (Mitsuko), Screamin' Jay Hawkins (portiere d'albergo), Cinqué Lee (facchino), Nicoletta Braschi (Luisa), Elizabeth Bracco (Dee Dee), Joe Strummer (Johnny), Steve Buscemi (Charlie), Rick Aviles (Will Robinson), Tom Waits (dj radiofonico e voce); origine: USA; anno: 1989; durata: 113 min; premi: premio per il contributo artistico al Festival di Cannes 1989.

 

Il film racconta tre storie che si intrecciano a Memphis. Una coppia di giapponesi in pellegrinaggio nei luoghi mitici del rock di Elvis Presley, una ragazza italiana che, in attesa di riportare in Italia la bara con il marito morto, pernotta una notte in città e vede il fantasma di Elvis nella camera d'albergo che divide con la fidanzata in fuga di un ragazzo inglese che gli amici chiamano “Elvis”, e un trio di balordi ubriaconi, fra cui lo stesso “Elvis”, che si mette nei guai con una rapina a mano armata.

 

Se nel film precedente “l'alieno” Bob, il personaggio interpretato da Benigni, era l'unico in grado, proprio a causa della sua bizzarra e giocosa diversità, del proprio sguardo “esterno” alla cultura dell'ambiente in cui si muoveva, di prefigurare una qualche forma di cambiamento e di movimento emotivo all'interno della statica esistenza dei personaggi più “tipicamente” americani, nel caso di “Mistery train” gli “alieni si moltiplicano seppur costretti a muoversi in un contesto ambientale, culturale ed emotivo intrinsecamente chiuso, anche se “sperduti nello spazio”, come la popolare trasmissione televisiva americana citata un paio di volte significativamente da alcuni personaggi del film. Del resto tutti i film di Jarmusch in fondo raccontano storie di personaggi che hanno a che fare con il proprio sradicamento, la propria alienazione, il proprio disorientamento rispetto ad un mondo su cui le loro esistenze passano superficialmente senza incidere dirigendosi verso un nulla che può essere letto come una metafora della caducità della vita umana, ma anche come elemento storico, sociale e culturale rispetto alla visione che il regista ha dell'America. Lo spunto del film viene proprio da uno degli elementi cardine della cultura americana, il mito del rock (e dell'eterna giovinezza cui si collega da sempre idealmente) incarnato in un luogo simbolo come la Memphis di Elvis Presley e delle grandi case discografiche americane della musica nera, la Sun e la Stax. Un mito che sembra richiamare una passione vitale ed un'emotività vera e profonda solo nei personaggi “stranieri” rispetto ad esso, i due turisti giapponesi, la donna italiana in attesa di ripartire per il suo Paese con la bara del marito morto in circostanze oscure, l'inglese marginale abbandonato dalla sua fidanzata che gli amici chiamano “Elvis”. Un mito declinato al passato, senza una consistenza reale diversa da quella fantasmatica dei ricordi e dei suoni legati ad essi. “Mistery train” è un film notturno sulle solitudini interiori dei personaggi che incrociano i loro destini a Memphis e, in particolare, in quell'ambiguo hotel, vera e propria “chiesa” dedicata al culto del mito di Elvis, il cui portiere è un sulfureo e grottesco Screamin Jay Hawkins, proprio il cantante roboante e vagamente sinistro amato dalla protagonista di “Stranger than Paradise”, quello che spesso, durante i suoi concerti, amava entrare sul palco uscendo da una bara. Se i personaggi di “Stranger than Paradise” anelavano a un qualche Paradiso, ad un qualche luogo ideale in cui investire il proprio immaginario e le proprie speranze di cambiamento, per quelli di “Mystery Train” è fin troppo evidente che non esiste nessun Paradiso, ma solo un inferno, un incubo funereo cui si può sfuggire solo se profondamente estranei alla cultura che lo ha prodotto, “stranieri” nel senso etimologico della parola. Anche la musica rock che in molti prodotti cinematografici americani, e non solo, ha sempre avuto una valenza progressiva, costituendo un motore ideale per sognare una qualche forma di cambiamento in senso individuale o collettivo, nel film di Jarmusch costituisce un elemento statico, ripetitivo, degna colonna sonora di un'America immobilizzata nella palude dei propri sogni andati a male. C'è solo la speranza di uno sguardo diverso sulle cose e sul mondo, incarnato dai personaggi femminili (come spesso nei film di Jarmusch), la turista giapponese e la donna italiana. Ma è solo una speranza, mentre il mondo sprofonda in una notte solitaria e illuminata fiocamente dalla luce dei lampioni, accompagnato dalla voce del dj e da quella di Elvis Presley che continua a cantare “Blue Moon”, ripetendosi inquietante come un loop abbandonato a sé stesso. Sperduto nello spazio.

 

Marcello Cella

 

Taxisti di notte

 

Titolo originale: Night on Earth; regia: Jim Jarmusch; sceneggiatura; Jim Jarmusch: musiche: Tom Waits;  interpreti e personaggi: Gena Rowlands (Victoria Snelling), Winona Ryder (Corky), Béatrice Dalle (donna cieca), Armin Mueller-Stahl (Helmut Grokenberger), Giancarlo Esposito (YoYo), Rosie Perez (Angela), Isaach De Bankolé (autista Parigi); Roberto Benigni (autista Roma), Paolo Bonacelli (prete); origine: Stati Uniti; anno: 1991; durata: 129 min; premi: miglior fotografia all'Independent Spirit Awards 1993. 

 

Film composto da cinque episodi. A Los Angeles una giovane tassista riceve una proposta per diventare una diva del cinema da una sua cliente produttrice cinematografica, ma lei rifiuta. A New York un giovane nero conversa con un anziano tassista dell'ex Ddr mentre litiga con la cognata per questioni familiari. A Parigi una misteriosa donna cieca sfida il tassista nel vederci meglio di lui. A Roma l'autista, logorroico fluviale, parla delle sue passioni e dei suoi problemi, mentre il suo cliente, un sacerdote seduto sul sedile posteriore, muore per un attacco di cuore. A Helsinki il conducente fa a gara con i suoi passeggeri, un gruppo di tre uomini ubriachi, uno dei quali ha appena perso il lavoro, su chi è più sfortunato.

 

Se “Mistery Train” evoca una notte sul mondo che è soprattutto un'oscurità sui destini dell'America, la narrazione notturna del film precedente si estende al di là dei confini fisici ed esistenziali del Paese di Jarmusch per allargarsi ad altri Paesi, ad altre città e ad altri destini. E ad altri fantasmi. “Night on Earth“ è infatti il titolo originario del film, “Notte sulla Terra”. Un notte in cui si snodano i cinque diversi episodi di cui è costituito il film, accomunati anche dall'analoga ambientazione metropolitana e dall'espediente narrativo del taxi all'interno del quale essi si sviluppano. Il taxi, un mezzo che evoca ancora una volta il movimento, quella concezione del viaggio cui Jarmusch è legato dal punto di vista culturale, ma anche un movimento che gira su sé stesso, incapace di svilupparsi lungo percorsi inediti, costretto a percorrere sempre le stesse strade all'infinito, senza possibilità di una qualche forma di cambiamento. Il taxi diventa perciò il mezzo sul quale si snodano sogni e incubi, gioie e amarezze dei personaggi che il caso ha voluto far incontrare, seppur brevemente, in un momento particolare delle loro esistenze, ma anche il fantasma di un mutamento vitale che tutti loro in qualche modo sognano senza sapere bene come attuarlo. Il film non è privo di riferimenti ai film ad episodi della commedia all'italiana di Dino Risi o ai racconti morali di Rohmer, come qualcuno ha ricordato, e costituisce senz'altro una riflessione sull'esistenza umana e le sue debolezze condotta attraverso una molteplicità di punti di vista, che può essere visto negativamente come una eccessiva frammentazione della narrazione, ma che è invece nelle corde espressive di Jarmusch, che ha sempre amato la forma del racconto breve. Tutti gli episodi hanno in effetti una valenza morale. Il rifiuto di un futuro da star da parte della giovane tassista di Los Angeles è una critica implicita al desiderio di successo a tutti i costi della nostra società mediatica. Come l'incontro e lo scambio di ruoli del tassista immigrato dalla ex DDR e il giovane americano di colore non è privo di spunti ironici sull'incontro fra culture all'interno del mitizzato melting pot americano. La cecità della ragazza francese che però “sente” e capisce meglio di chi la vista la possiede è l'invito a vedere le cose al di là dei loro stereotipi sociali. Mentre l'episodio romano, con uno scatenato Benigni a confronto con un contenutissimo Bonacelli nel ruolo di un sacerdote, mette a confronto una visione sanguigna e popolare dell'esistenza con quella ligia ai precetti e alle regole, ma mortifera (e infatti alla fine il prete muore sul taxi e viene abbandonato dal tassista su una panchina). Infine l'episodio finlandese riflette sulla reale consistenza della solidarietà umana, quando drammi esistenziali profondi si incrociano, ma vengono vissuti diversamente da chi vi assiste a seconda di chi li incarna e li racconta, che è poi come confrontare la realtà di certe situazioni esistenziali e la loro trasposizione mediatica. E mentre le strade dei personaggi evocati da Jarmusch si separano e si perdono nei meandri delle metropoli, la notte che avvolgeva la Terra ed i suoi abitanti si apre su una livida alba, promessa stentata di una luce che tarda ad arrivare nelle loro vite.

 

Marcello Cella

 

 

 

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